
PROV. DI TRAPANI
GIARDINO DELLE RELIGIONI E DEL DIALOGO
RELAZIONE ALLA PRESENTAZIONE DEL PROGETTO A MILANO
Il Comune di Gibellina intende realizzare in uno spazio già individuato al centro della città il progetto del “Giardino delle Religioni e del Dialogo”. Esso prevede una grande torre centrale d’acciaio nella quale saranno intarsiati col laser tutti i simboli delle religioni e dei miti, che sarà illuminata dall’esterno e dall’interno e sarà visibile anche di notte. Intorno alla torre vi è un’area con forma di fiore, con zone a verde e percorsi pavimentati. In quest’area otto opere d’arte simboleggeranno ognuna una delle otto grandi religioni del mondo (giudaismo, cristianesimo, islamismo, induismo, buddhismo, taoismo, sikhismo, bahaismo) e saranno realizzate ognuna da un artista di una religione diversa. Il Giardino conterrà varie piante, panchine e percorsi e sarà anche fruibile come una villa comunale e come luogo di incontro.
La proposta di realizzare questo “Giardino delle Religioni e del Dialogo” a Gibellina è sostenuta da alcune motivazioni, di carattere sia locale che generale.
Dopo il terremoto che ha distrutto la città nel 1968, Gibellina è diventata il simbolo di una rinascita attraverso l’arte e la cultura. A Gibellina sono presenti due Musei di arte contemporanea, quello Civico e quello della Fondazione Orestiadi, un Museo delle Trame Mediterranee presso la Fondazione Orestiadi e, disseminate nel territorio, numerose opere d’arte e di architettura dei più grandi artisti e architetti contemporanei. E si è molto puntato sull’incontro tra le culture che si affacciano nel Mediterraneo. Gibellina, dunque, per questa sua vocazione artistica e interculturale può proporsi come luogo ideale per la realizzazione di un “Giardino delle Religioni e del Dialogo”, che simboleggerà l’incontro tra le religioni attraverso il linguaggio universale dell’arte, e che sarà un’opera unica al mondo.
Ma la motivazione di fondo per la realizzazione di questo progetto è una considerazione sul ruolo delle religioni nel nostro tempo.
Poiché il divino si è manifestato ai fondatori di tutte le tradizioni religiose e lo Spirito Santo è donato a tutti gli uomini, incontrando ed accogliendo gli appartenenti alle altre religioni, si incontra e si accoglie lo Spirito che il Dio di tutti ha posto nei loro cuori come nei nostri.
Occorre poi considerare che nei testi di tutte le religioni si trovano diversi passi e contenuti simili. E il contenuto di fondo, che si trova praticamente in tutte le religioni, è l’invito a un avvicinamento dell’umano al divino, a un’adesione dell’uomo alla realtà divina e ultima. Tale contenuto si esplicita nelle idee di adesione alla volontà divina, di rinuncia all’individualismo egoistico, di amore per Dio, di ritorno a Dio o al divino. Da un lato si afferma una “distanza” tra l’umano e il divino, dall’altro si afferma la possibilità, anzi la necessità, di ridurre tale distanza attraverso un’adesione volontaria dell’umano al divino.
Consideriamo, ad esempio, un punto di contatto centrale tra cristianesimo e islām. La parola islām significa sottomissione profonda e autentica alla volontà di Dio. E nel Gethsemani Gesù dice: «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42). Così, sulla croce le sue ultime parole sono: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Per lui rimangono solo due «certezze»: la «tua» volontà e le «tue» mani. E il cristianesimo ha come suo fondamento, in fondo, questo affidarsi dell’uomo Gesù totalmente alla volontà di Dio e alle mani di Dio. In questo senso si può parlare di un legame profondo tra cristianesimo e islām. Ma questa adesione e sottomissione totale alla volontà di Dio, questa spoliazione della propria volontà e di se stessi, è affermata anche da altre religioni, come l’induismo, quando insiste sulla rinuncia (tyāga) ai frutti delle azioni; il taoismo, che insiste sul Wu-Wei, cioè sul non agire con intenzioni proprie; il bahaismo, che insiste sulla sottomissione alla volontà di Dio; e anche il buddhismo, per il quale è centrale l’eliminazione di ogni attaccamento, compreso quello all’idea di sé.
È chiaro che le concezioni di Dio, del divino, della realtà ultima sono diverse in ogni religione. Ma se è vero questo, è anche vero che Dio, se esiste, non può che essere uno e non può che essere lo stesso per ogni luogo e tempo. E poiché sia la Bibbia ebraica, sia il Nuovo Testamento, sia il Corano, sia i testi dell’induismo, sia quelli del sikhismo, sia quelli del bahaismo affermano che Dio ha avuto un qualche contatto con fondatori o con membri di altre religioni, i fondatori e gli aderenti di ogni religione, pur avendo credenze diverse su Dio, hanno incontrato, il monoteista non può negarlo, lo stesso e unico Dio vivente e operante.
Se è così, nessuna religione può usare il nome di Dio per demonizzare gli altri. Diverse volte nel corso della storia, e anche della storia di questi anni, motivazioni riconducibili a una fede religiosa sono state addotte per giustificare crimini, lotte e divisioni tra i popoli e tra gli uomini; e hanno prodotto crudeltà, guerre, ingiustizie, sofferenze. Ma il fatto è che prima di essere diversi siamo uguali, perché vi è, per chi crede in Dio, che ha molti nomi, un’unità di figli creati e amati dallo stesso Dio, che va oltre le culture, le religioni e le appartenenze. È questa unità che si deve riscoprire, per contribuire a una riconciliazione tra gli uomini, tanto più necessaria quanto più le società diventano multietniche e multiculturali e si pone il problema, sempre più pressante, di una coesistenza pacifica.
Occorre aprirsi alle concezioni degli altri come a doni dello Spirito che ha operato e opera dove e come vuole. Occorre cogliere ciò che unisce, che c’è sempre, ed è sempre accanto a ciò che divide; e accogliere i portatori di altre concezioni e i membri di altre culture come figli di Dio prima che delle loro culture e della loro storia. Del resto, per quelli che si professano cristiani, Cristo non è morto per una cultura o per una teologia, ma è morto per gli uomini, di ogni cultura e di ogni teologia.
Due sono, dunque, i messaggi di fondo che il “Giardino delle Religioni e del Dialogo” vorrebbe evocare: 1) il rispetto delle diversità culturali e religiose, perchè ogni cultura e religione presenta valori e principi che vengono dallo Spirito che è donato a tutti, e vi sono valori comuni a tutte le culture e religioni; 2) la riconciliazione degli uomini non malgrado, ma attraverso le religioni, perchè esse sono nate dallo Spirito, che è amore, e tradirebbero la loro stessa natura e la loro stessa vocazione se fossero strumenti di guerra e non di pace, di odio e non di amore, di scontro e non di incontro tra gli uomini e tra i popoli.
Che questo messaggio, attraverso un’opera di architettura e di arte, parta anche dalla Sicilia, e da Gibellina come luogo simbolico posto al centro del Mediterraneo, può essere molto significativo, considerato anche che proprio la nostra terra è stata, nel corso della storia, oggetto di conquiste da parte di popoli di diversa provenienza e origine e con diverse culture e religioni.
Creare uno spazio collettivo dedicato al dialogo tra le religioni significa utilizzare l’architettura e l’arte come linguaggio unificante e universale.
Il nostro auspicio è che il “Giardino delle Religioni e del Dialogo”, diventi occasione per uno o più incontri annuali tra rappresentanti di diverse religioni. E che quest’opera contribuisca, col linguaggio universale dell’arte e dell’architettura, a promuovere e a rafforzare il cammino di dialogo e di incontro tra gli uomini.
Salvatore Capo